Equilibrismi educativi al tempo del coronavirus

Abituati ad avere contatti quotidiani con bambine e ragazzi che hanno bisogno di un sostegno educativo speciale durante la vita normale, al tempo dell’emergenza sanitaria del coronavirus ci sentiamo spiazzati, persi.

Chissà per quanto tempo le attività che svolgiamo dovranno essere interrotte. I ragazzi che non possono neppure andare a scuola, stanno chiusi in casa senza il contatto con i loro coetanei, perdono il contatto anche con noi. Un abbandono totale delle abitudini, dell’apprendimento, del contatto educativo.

Le scuole stesse a volte non sanno che fare, propongono attività che richiedono che i genitori abbiano un computer, siano in grado di utilizzare bene gli strumenti tecnologici o abbiano una buona connessione per fare lezione contemporaneamente magari a più figli nella stessa casa. Cosa possiamo fare, ci siamo chiesti?

Allora abbiamo deciso di cercare soluzioni creative, di avvicinarci pur mantenendo le distanze necessarie.

Le nostre giornate sono costellate da appuntamenti telefonici, di videochiamate e di chat. Abbiamo contattato gli insegnanti e consultiamo i registri elettronici quando i genitori non sono in grado di farlo e mandiamo i compiti ai bambini.
Ad un certo punto della giornata Antonella ci telefona per avere una dritta su un compito da fare o ci arriva da Manuela la foto di un esercizio svolto da girare a una prof. Ecco un ragazzo con una relazione da riguardare insieme o una spiegazione di un nuovo capitolo di inglese per preparare una verifica fissata per il giorno dopo. Certe volte in videochiamata cerchiamo di leggere insieme esercizi e consegne per capire se i bambini lo stanno svolgendo bene, a volte ci chiamano solo per farsi fare un po’ di compagnia.

Ogni tanto tra una chiacchiera e l’altra emerge l’ansia, a cui ovviamente non sappiamo dare risposta, di questo periodo strano. “Ma quando finisce questa malattia?” “Noi sopravviveremo?” “Ho sentito dire che arrivano i militari americani e ci sarà una guerra…” “I bambini è vero che non possono ammalarsi?” “Noi stiamo chiusi sempre dentro ma poi a un certo punto come si fa se finiscono i soldi?”
Oppure momenti buffi in cui ti chiedono, come fosse di vitale importanza, se sai che alla tal ora c’è un flash mob, un altro dei modi che adesso si usano per sentirsi vicini tra umani, tra vicini che magari nemmeno si salutano per le scale, ma che adesso, isolati per forza, ci sembrano compagni di sventura.

Da Boccaccio in poi le storie aiutano nei momenti difficili. Per cui spontaneamente ci è venuto in mente di cominciare a narrare una storia, un pezzetto al giorno, per creare un legame, tenere il pensiero vivo.
Abbiamo cominciato leggendo quanto ci hanno chiesto i bambini: “Perfavore ci fai avere Il Diario di Sunita?” mi hanno chiesto al telefono qualche giorno fa. Non potendo uscire ho cominciato a registrarne una puntata da 10 minuti circa al giorno, che poi mando loro via whatsapp. Stamattina mi sveglio con un messaggio vocale da parte loro “Grazie, l’abbiamo ascoltato ora insieme a mamma e abbiamo riso da morire! Se puoi domani mandaci un altro audio”.
Su questo baratro abbiamo teso il nostro filo da equilibristi, e ci raggiungiamo comunque.

 

Questo articolo è stato scritto e pubblicato per il blog della rete REYN Italia – Rete per la prima Infazia rom

 

Qui sotto gli episodi del Diario di Sunita – La scuola è una pizza ma io ci vado lo stesso di Luca Randazzo, Editrice Rizzoli che abbiamo letto ai bambini:

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