Torre Maura

C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
[De André, Nella mia ora di libertà, 1973]

Come si fa a scrivere della violenza? Come si fa anche solo a prendere coraggio e fissare con le parole un sentimento che prende la pancia?

I fatti di Torre Maura sono polveroni di strilli e rabbia e odio e pianti e pane e fuoco. Sono bombe sociali che esplodono e implodono insieme, mostrando a chi guarda da lontano una finestra sulla realtà.

Quella stessa finestra del centro accoglienza da cui, durante una ripresa di un qualche tg, si affaccia un bambino a osservare quello che vede là fuori è reale; quello che vede là fuori è l’Italia.

I fatti di Torre Maura toccano le persone e di questo, attraverso la lente dei media, ci si dimentica spesso: è la scena di una disperazione ovattata che esplode e si converte in odio, si declina in frasi e in azioni di piombo. Quale essere umano che è incazzato e ha fame e non ha i soldi neanche per piangere! si permette di togliere il pane a qualcun altro non per mangiarlo ma per pestarlo?

È in quel gesto che è racchiusa l’essenza dei fatti, nella nostra buona Italia dalla salviniana sicurezza: io li brucio, li odio, devono morire! urla un’adolescente romana, orgogliosa di aver rubato il pane a chi aveva fame. Per poi pestarlo, come, a suo dire, pesterebbe gli stessi rom, ad accettate, perché a Torre Maura, i rom non ce li vogliamo.

Quanto può essere banale il male? Quanto può banalmente ferire?

Ma i rom sono solo uno strumento dicono in tv, uno strumento attraverso cui canalizzare la rabbia verso le istituzioni, verso le politiche ghettizzanti: e questo è davvero sufficiente per giustificare quello che sta accadendo?

Si potrebbero chiamare in causa dati, statistiche, storia. Non cambierebbe nulla. Il cambiamento sta nella coscienza, nella coscienza di prendersi del tempo per pensare, guardando non i nostri schermi, ma il nostro specchio ogni mattina, e poi fuori dalla finestra, su di noi prima che sugli altri.

Chi sono gli zozzi orgogliosi della medaglia del proprio odio?

Col magone e la telecamera in faccia, un uomo prende parola: sono un uomo come voi che vuole lavorare per mantenere la mia famiglia. Ma perché strillano, i bambini sono spaventati piangono e dicono “noi siamo nati qui”. Perché siete così cattivi?

È rom? È nostro padre? È un fratello? Un amico? Chi è che piange e chi è che odia?

Articolo di Martina Calista

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