Intervista collettiva a Rasid Nikolic

L’associazione Articolo 34 –  grazie ad un progetto finanziato dalla Associazione Domenico Marco Verdigi – quest’anno ha iniziato una attività di web radio nell’Istituto Comprensivo Gamerra. In occasione della visita a Pisa di Rasid Nikolic, The Gipsy Marionettist, che ha presentato il suo affascinante spettacolo in Piazza della Pera, abbiamo approfittato per invitarlo a venirci a trovare alla nostra radio, dove gli abbiamo fatto un’intervista collettiva per capire qualcosa di più di lui e della sua arte. Rasid è stato il primo ospite della S-cool Radio e siamo stati molto felici di questa bella opportunità!

 

 Da quanto tempo usi le marionette?

Mi occupo di marionette da dodici anni.

Come ti è venuta la passione del le marionette?

Quando avevo sedici anni ho visto uno spettacolo in Spagna, a Granada, fatto così male che ho pensato che potevo fare meglio. Ho coltivato la passione delle marionette da solo, come auto-didatta. Successivamente ho fatto una scuola in Ucraina e ho deciso di darmi due anni di tempo per capire se poteva essere davvero un lavoro o se era solo un gioco. È diventato un lavoro.

Quali materiali usi per costruire le marionette?

Soprattutto uso il legno che è il materiale più nobile, però a oggi le marionette si possono stampare 3D, costruire di carta, con la carta pesta, con il legno pesto che è un materiale duttile, con la plastica. Io uso il legno perché mi piace scolpire e a volte costruisco delle marionette di carta, tipo origami.

Ma come fai a fare queste marionette?

Allora, inizio pensando a un’idea. Di solito comincio con la musica, ascolto una musica che mi piace e penso a quale personaggio potrebbe muoversi sulla quella musica. Poi penso a quale sarebbe la cosa strana che quel personaggio potrebbe fare, per rendere il numero diverso da quello che è. Dopo inizio a fare un disegno tecnico, non artistico, un diagramma tecnico di movimento; poi faccio un disegno artistico, comparo i due disegni per costruire il corpo fisico dell’oggetto teatrale e infine disegno la costruzione dei controlli. In media ci metto dai quattro ai sei mesi per fare un progetto: lo scheletro sei mesi, la ballerina quattro mesi, la tigre quattro mesi… lavorando tutti i giorni.

Perché ti piacciono le marionette?

All’inizio non lo sapevo, facevo le marionette perché era una cosa interessante da fare e a un certo punto mi sono reso conto che era un linguaggio che non è molto pertinente al mondo dei rom, perché di solito i rom sono visti come bravissimi musicisti… e basta. Bravissimi ballerini… Grandi lavoratori! Comunque, non esistono rom marionettisti e questa cosa mi ha intrigato, mi ha intrigato anche l’idea che i rom provassero a cimentarsi in un’arte fine, diversa da quelle a cui sono abituati e quindi non definire l’arte rom come un genere musicale o un genere di ballo, ma definire l’arte rom come i rom che approcciano qualsiasi tipo di arte in genere

Poi ho scoperto che le marionette hanno un forte potere sui bambini e sugli adulti, di impressionare. E mi è piaciuta molto l’origine delle marionette (che poteva essere una domanda alla quale mi risponderò da solo): che è quella di spaventare, ammonire, esorcizzare dalla paura le persone, raccontare delle storie, tramandare. Rappresentare delle festività, dei ritornelli, le stagioni.

Quindi le marionette nascono per raccontare delle storie e non per intrattenere, solo dopo diventa intrattenimento.

In tutto il tuo percorso qual è il tuo spettacolo che ti è rimasto impresso in mente? Qual è la cosa che ti ha attirato?

Quello che mi è rimasto impresso di più è uno spettacolo che ho fatto insieme a un amico, che suona le percussioni; mentre lui eseguiva un numero di percussioni, io muovevo la ballerina di danza del ventre. Eravamo a Novi Sad, in Serbia. Dopo lo spettacolo è arrivata una madre con una bambina, e ci ha detto che la figlia era sorda. Di solito in Serbia non ci sono tanti spettacoli di strada e in genere sono tutti di musicisti, quindi la bambina non ha mai capito cosa facessero queste persone, finché non ha visto il nostro spettacolo, dove sentiva la vibrazione delle percussioni capendo il ritmo e vedeva che la ballerina si muoveva a tempo. E quando ce l’ha detto noi due siamo scoppiati a piangere come dei bambini. Il mio amico allora ha fatto provare la darbuka, che era lo strumento di percussioni, alla bambina. Per noi era una giornata tranquilla, io mi ricordo che mentre facevo il numero stavo pensando: “Stasera cosa mangio?” Ma mentre io mi stavo facendo gli affari miei e stavo facendo una cosa che per me era puro esercizio, qualcosa che sapevo fare a memoria, qualcuno invece dall’altra parte si era emozionato.

Hai delle marionette preferite?

Preferisco la marionetta piccolina, ma non lo direi mai ad alta voce davanti alle altre marionette perché sennò sarebbero gelose! Le marionette che avete visto rappresentano i miei parenti, quindi io ho pensato ai miei genitori, al loro carattere, al loro modo di fare e l’ho fatti diventare marionetta. Tipo: mia madre è molto aggressiva ed è la tigre; lo scheletro è mio padre, perché mio padre è rachitico, è molto magro, è scuro di pelle, è divertente. Ha quell’umorismo, io lo definirei così, umorismo rom, dove le situazioni di tristezza, di infelicità, sono quelle migliori per ridere. Per esempio ogni volta che sono stato a un funerale rom c’era sempre qualcuno che si sganasciava dal ridere in un angolo, o succedevano le cose più assurde, delle risse gioiose tra i parenti… Insomma succedono cose divertenti.

Cosa pensi siano le marionette per te?

Per me le marionette sono una cosa che ho trovato nella mia vita per esprimermi e per essere felice. Il mio lavoro, il mio modo di lavorare, mi fa pensare ai miei genitori che invece si spaccano la schiena in un ristorante tutto il giorno e che a volte guadagnano in una settimana di lavoro quello che io posso guadagnare in un solo spettacolo. Quindi penso che da piccolo, visto che mi mancavano i miei a casa, forse involontariamente volevo fare un lavoro in cui ero libero da tutto: dagli orari, dall’idea di dover stare al lavoro, di non poter fare quello che volevo.

Non so se le marionette saranno la fine del mio percorso, perché mi piacerebbe anche fare delle altre cose e quindi ultimamente mi sto chiedendo se le marionette non sono la cosa in cui sono inciampato e se mi stanno distraendo dalla cosa più grande, dalla mia vita… Cioè, sono sicuro che andrò avanti con le marionette, ma mi serve capire dove sto andando e cosa sto facendo adesso.

Hai un nuovo progetto per fare un’altra marionetta, una importante per te?

Sto costruendo uno spettacolo nuovo, con delle marionette diverse e che non saranno per i bambini ma per gli adulti. Se per il primo set di marionette ho esplorato la mia famiglia e quello che conoscevo, con il prossimo spettacolo vorrei esplorare le cose che non conosco. Vorrei quindi provare a fare uno spettacolo con un pubblico diverso, in un modo diverso, per un pubblico adulto, toccando dei temi per adulti. Sto costruendo fisicamente adesso le marionette per questo spettacolo: il diavolo, Hitler, la spogliarellista, il punk, il maniaco sessuale.

Sto anche pensando, sognando, a volte, un altro spettacolo, in cui invece non c’è parola, non c’è nessun tema, solo movimenti del mare, con marionette tipo la tigre, però la manta, lo squalo, la murena, la balena… Solo uno spettacolo per smettere di pensare, per vedere qualcosa di bello e basta.

E aspetto, forse più avanti, di avere una buona idea per riuscire a parlare dei rom, della cultura rom, attraverso le marionette. Ho avuto delle idee, ma ogni volta mi fermo perché sono sempre idee stereotipate, perché non voglio fare il bambino povero, non voglio fare la donna che mendica, non voglio fare la ruota di carro, vorrei riuscire a rappresentare i rom per quello che sono i rom per me e non per quello che sono i rom per gli altri.

Ma tu hai pensato di fare una marionetta che rappresenta te stesso?

Questa è una domanda che mi hanno fatto più di una volta i bambini, ed è un grande classico delle marionette, quello di riprodurre sé stessi. La cosa che mi spaventa di più di fare una marionetta di me stesso è che quella poi sarebbe un’immagine ferma di me stesso, quindi sto ancora aspettando di essere quella marionetta, per poi essere abbastanza fiero di quell’immagine, di quel vestito, di quel modo di muoversi e di fare, per farla diventare una marionetta.

Espressioni o commenti della gente quando sanno che sei rom?

Durante lo spettacolo, se ho voglia, quindi non per forza, dico che sono rom. Dipende da quanto ho voglia di mettermi in gioco con le persone, perché a volte vado a fare lo spettacolo solo per fare soldi e basta. A volte ho voglia di giocare e di provarci, e lo faccio, altre volte invece sono arrabbiato per le cose che sento in tv o per quello che ha detto una signora per strada. Allora non mi interessa dei soldi e faccio lo spettacolo con l’idea di sbattere in faccia alle persone che sono rom. Le reazioni sono diverse: è sempre uno spettacolo, quindi c’è sempre la possibilità che la gente mi prenda per ridere, quindi che pensino che The Gipsy Marionettist sia solo un gioco.. che sono solo un attore che fa finta di essere rom. Quando invece capiscono che sono rom, quando tocco il punto, quando parlo di Salvini, di votare, di politica, dell’educazione dei bambini, eccetera, qualcuno applaude, e qualcuno è contento che succeda durante lo spettacolo. Qualcun altro prende i figli e se ne va, qualcuno aspetta la fine dello spettacolo perché si vergogna di dire le idee davanti agli altri. E dopo lo spettacolo mi dice: ma non ti sembra un po’ troppo parlare di politica durante lo spettacolo, uno spettacolo per bambini? E io gli dico, questo non è UNO spettacolo, questo è il mio spettacolo e quindi non si separa da me. Io non potrei mai, anche se mi pagassero, andare a fare lo spettacolo per una giunta di destra, per CasaPound o la Lega… Non ci andrei nemmeno se mi pagassero la fine del mondo, perché andrebbe contro me stesso, la mia comunità, il senso di orgoglio che ho.

Gli artisti di strada in un giorno possono guadagnare cento euro, in un altro andare a casa senza aver guadagnato neanche un centesimo. Però, questo lo puoi fare ora, che sei giovane. Tra qualche anno se avrai famiglia pensi di poterlo ancora fare? Che prospettiva hai per il futuro?

Spero di poter fare sempre spettacoli di strada fino all’ultimo giorno della mia vita, quindi mi immagino da vecchio, con i capelli bianchi, a muovere le marionette, a fare forse più soldi di quanto ne faccio adesso… Spero che l’arte di strada non muoia mai, perché per me è l’ultimo modo democratico di vivere l’arte, perché andare in un museo costa, c’è il giorno gratis ma andare in un museo costa, per tutti, la cultura è a pagamento. Oggi siamo andati a vedere la Torre di Pisa e per entrare devi pagare, per andare di là devi pagare, per andare di qua devi pagare. Invece in strada c’è la democrazia, paga chi può pagare, quanto può pagare.

Per il futuro ho dei progetti, vorrei provare a fare uno spettacolo a un livello più alto, per guadagnare di più, ma anche per avere un riconoscimento da quello che è il mio piccolo mondo, cioè dai marionettisti. Sto per avere un figlio, questo ha cambiato ultimamente il mio modo di vedere la mia situazione precaria di lavoro ma anche mi fa riflettere sul fatto che, essendo cresciuto in un campo rom, comunque con il lavoro che ho, alla peggio porto a casa dieci euro, se va proprio male. Però posso andare a lavorare tutti i giorni e posso decidere in che paese lavorare, posso dedicare del tempo al bambino, cosa che i miei genitori non sono riusciti a fare con me. E posso dare, anche avendo un lavoro così duttile, l’occasione alla mia compagna di fare il lavoro che vuole fare… Mi fa paura, in certi momenti, non essere sicuro di quanti soldi avrò il prossimo mese, ma mi dà anche forza e mi ricorda da dove arrivo

Sei mai stato in tv?

Ho fatto un programma di Real Time, però prima di andare mi sono assicurato che non ci fosse una discussione con un altro politico, che non fosse una cosa tipo Canale5. Mi hanno invitato a Italia’s Got Talent, proponendosi di pagarmi una cifra di 2500 euro per fare quattro minuti di televisione. Il punto è che volevano una storia, cioè volevano costruire tutto un video: “veniamo a riprenderti a casa, nel campo…”. Io gli ho detto: “ma io non vivo al campo, io vivo a casa, i miei genitori vivono a casa, io non vivo con loro”. “Ah ok… Allora ci inventiamo un’altra cosa perché noi vogliamo… Vogliamo” – sono stati chiari – “vogliamo il taglio del rom che fa questo, che fa quello che è riuscito a uscire…” E quindi io sarei diventato la pecora bianca nel gregge di pecore nere, no? E così io sicuramente adesso lavorerei molto di più perché è pubblicità e comunque avrei messo in tasca 2500 euro, però i soldi finiscono, mentre invece la vergogna di aver rappresentato la mia cultura così, di essermene tirato fuori, come se io adesso sono fuori dal campo e gli altri no, è una cosa che non si può pagare. Quindi ho scelto, ho sempre pensato che non c’è un prezzo per lo spettacolo, sta a me decidere quale prezzo voglio dare quello che faccio. E quindi la tv un po’ mi spaventa perché non mi chiamano mai… o meglio per adesso nessuno mi ha mai chiamato come marionettista, ma hanno sempre cercato la storia del rom fortunato che è riuscito tramite l’arte a diventare una persona socialmente “normale”… E io, per assurdo, se piglio i miei bauli e vado in strada ho il controllo sulla mia vita, sulla mia carriera, su quello che voglio dire e che non voglio dire.

Già quando faccio i lavori in altri posti, ad esempio a un festival, e faccio delle cose che al festival non vanno bene, tipo parlare di politica durante lo spettacolo, se mi viene la battuta… io litigo con quelli del festival e gli dico: “Voi non avete comprato lo spettacolo, avete comprato il mio spettacolo!”.

Per adesso la televisione mi fa paura. E non sono così attaccato ai soldi da pensare di poter rinunciare al mio orgoglio per quello.

Ma alla fine dello spettacolo, i soldi glieli danno gli spettatori o non li vuole proprio?

Allora, io quando faccio lo spettacolo in strada, alla fine dello spettacolo, chiedo alle persone se vogliono partecipare allo spettacolo, in modo democratico, e quindi lasciando un’offerta. Ci scherzo sopra ma, alla fine, il punto è: se vi è piaciuto, se siete rimasti qua tutto il tempo, potete lasciare un’offerta per contribuire allo spettacolo e agli spettacoli futuri. I soldi non mi interessano, però io mangio tutti i giorni e quindi mi servono. Non mi interessano, ma mi servono.

Come ti senti a fare spettacoli davanti ai bambini?

I bambini sono una grande sfida – soprattutto se avete visto l’ultimo spettacolo che ho fatto qua a Pisa – però sono anche un’occasione perché hanno una grandissima immaginazione e quindi gli vengono le idee più strampalate. Io non penso che il mio spettacolo sia per bambini, ma come dicevo prima penso che sia per famiglie, quindi è composto dall’energia che c’è tra i bambini e i propri genitori e l’idea di vivere un’esperienza in famiglia che diventa un ricordo. Davanti ai bambini, io mi sento un altro bambino. Se avete notato nello spettacolo, quando parlo con i bambini io parlo come con gli adulti, perché mi piace l’idea di non fare differenza nel pubblico. Sicuramente mi rendo conto però che i bambini sono più intelligenti degli adulti.

Quante persone ti odiano?

Tutte quelle che non mi conoscono davvero.

Vorrei sapere che cosa hai studiato e se quello che hai studiato ti ha aiutato a fare il marionettista.

Allora, quand’ero bambino, per le mie origini, ho avuto molta difficoltà con italiano e con storia. Non sembra ma italiano e storia sono molto associate, perché bisogna conoscere bene l’italiano per poter comprendere la storia, perché è molto scritta e sfortunatamente poco concettuale. E quindi io non ci provavo nemmeno, ho sempre avuto tre in italiano e storia e così è rimasto. Mi concentravo sulle altre materie. Sono stato e sono ancora molto bravo in matematica, geometria, e la mia attenzione era su quel tipo di materie. Quindi da bambino ho capito su cosa ero portato, ma non cosa volevo fare. E poi ho fatto l’errore che fanno, forse fanno tutte le persone da piccole, che pensano che se sei bravo in matematica allora devi fare il matematico, e che se sei bravo in italiano allora devi fare lettere. E quindi ho fatto il geometra, perché semplicemente erano le materie che sapevo fare meglio. Facendo il geometra mi sono reso conto di che cosa mi mancava, cioè mi mancava la componente artistica, mi mancavano i colori, mi mancavano intorno a me personalità simili alla mia, di carattere, quindi estrose, eccentriche… E quindi ho sempre rimpianto che i miei genitori non mi hanno lasciato fare il liceo artistico. Allo stesso tempo non fare il liceo artistico non mi ha messo in competizione con gli altri, per fare arte. E quindi la mia non è la storia del ragazzo che è bravo a disegnare, e finisce in una classe dove tutti disegnano meglio di lui, dove tutti hanno idee sul disegno migliori delle sue; quindi non mi sono mai confrontato con gli altri ma sempre e solo con me stesso, rispetto a quella che è “la mia arte” e ho capito, fortunatamente, molto in fretta, cosa che volevo fare. A sedici anni già sapevo che le marionette erano una cosa che mi piaceva e che mi faceva sentire in un modo in cui non mi faceva sentire la matematica ma nemmeno che mi faceva sentire il disegno. In più c’era il contatto con le persone, il viaggiare, girare il mondo, il fare cose diverse, un lavoro diverso. Poi ho fatto la scuola in Ucraina, una scuola solo di marionette, molto tecnica. Non era una scuola con un’idea artistica, ma era una scuola di riproduzione tecnica di movimento, che mi ha dato abbastanza bagaglio per poi poter costruire quelle che erano le mie idee.

 

 

 

 

Annunci